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What's your name?, si puo' amare una persona senza saperne il nome?
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Sognando l'America <3

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What's your name?




Capitolo 1

Londra. Capitale dell’Inghilterra.
Città dell’eleganza, dell’educazione e della famiglia reale, una delle poche presenti in Europa.
Ma tra le persone eleganti e snob, ci sono quelle alternative; Punk, Emo, Rapper, vivono la città di Londra, con un loro stile e con un loro modo di essere.
Unico.
Irresistibile.
Attraente.
In grado di trascinarti e ipnotizzarti.
Tra questi due tipi di mondi c’è né un altro, quello di “mezzo”, un mondo semplice, fatto di cose genuine, ma non per questo “salvato” dall’egoismo e la cattiveria che sono all’apice del mondo snob e raro in quello alternativo.
Tra le persone “semplici” che abitavano a Londra, c’era una famiglia. La famiglia di Jean Smith. Una ragazza di 17 anni, con capelli castani che le cadevano sulle spalle molto sottili e non abbronzate, occhi come il ghiaccio, proprio come il suo carattere, freddo ed ostile verso gli altri.
Non andava molto d’accordo con la sua famiglia che al contrario era molto aperta e solare.
-Jean!!! Alzati che è tardi- gridò la madre della ragazza, che si preoccupava di svegliarla.

La chiamò svariate volte, ma non ebbe nessuna risposta, così si diresse verso la camera della figlia.
Bussò alla porta di legno che le si presentò davanti, l’aprì. Era al buio, così con molta attenzione andò verso la finestra e scostò con molta calma le tende color cielo. Lo spettacolo che le si ritrovò davanti fu quello di ogni giorno. La scrivania in ciliegio, in disordine, come il resto della camera, letto non fatto, vestiti sparsi per la stanza, armadio aperto, e un biglietto attaccato su un’anta di esso. Scritto da Jean.

Mamma sono uscita presto, non rimettere in ordine niente, non so a che ora torno.
Ciao jean.


La madre sbuffò, e uscì dalla camera.
Ormai era abituata al comportamento della figlia. Non sarebbe mai cambiata, ci avevano provato a farlo, ma il risultato era sempre lo stesso.


In un bar della città, seduta ad un tavolino a fare colazione c’era lei, Jean. Non mangiava mai a casa, non sopportava quelle persone, erano indiscrete, ficcavano il naso tra le sue cose, e lei non lo tollerava.
Perché lei era fatta così, era sola, c’era lei e la sua musica e quelle 4 amiche di sempre.
Quelle con cui era cresciuta, quelle che restano per la vita.
Carla, aveva 19 anni, i suoi genitori si erano trasferiti dall’Italia quando la madre era all’ottavo mese di gravidanza. Andava molto d’accordo con lei, perché si assomigliavano molto. Lei c’era sempre. Per qualunque motivo.
Jessica; la prima ragazza che conobbe a scuola; era anche la sua vicina di casa. Al contrario di Jean, Jessica era dolce. Consolava tutti.
Melànie; la sua amica francese, che si era trasferita molto tempo prima,ma che già era stata simpatica alle 3 ragazze.
Ed infine ultima, ma non per importanza; Mery: ragazza spagnola, che conobbe per internet e che subito dopo si trasferì a Liverpool.

-more! Ciao- urlò una ragazza alta, capelli neri che le scendevano lungo le spalle olivastre. Era Carla.
-ciao!-rispose lei addentando il suo croissant a crema.
-sempre la solita mangiona- disse Jessica raggiungendo le due amiche.
-senti da che pulpito viene la predica- rispose Jean. –ragazze-disse diventando improvvisamente seria – ieri, mia madre mi ha detto che domani verrà mio padre- disse afflitta la ragazza. Il suo passato era pieno di segreti e uno dei quali era suo padre. Non l’aveva mai conosciuto ed per la prima volta l’avrebbe visto.
Non si era mai fatto vivo, sapeva solo che si chiamava Tobias ed era un bodyguard.
-amola non sei contenta? Finalmente conoscerai tuo padre!- disse contenta Carla.
-si, ma andrò a vivere con lui- disse Jean abbassando lo sguardo.
-dove?- dissero in coro le due amiche.
-Berlino- disse ancor più arrabbiata lei. Odiava la Germania, invece adorava la sua Londra, la sua amata Inghilterra. Era così fiera di essere inglese, cosa centrava la Germania ora?
Non lo sapeva, se lo chiedeva spesso però.
-no!!!!!!!!!!!!!!- urlò Jessica.
-non ci posso fare niente, i miei decidono ed io finchè non farò 18 anni non posso decidere, ma vi prometto che appena li compirò tornerò qui da voi- promise la ragazza.
Mai promettere cose che forse non si potranno mantenere, ma la sua ingenuità era da capire, infondo non sapeva ancora cosa le rispettava il futuro.


Due ore dopo le amiche si separarono per dar modo a Jean di preparare le valigie.
L’unica cosa di positivo era che poteva andare a tutti i concerti dei Tokio Hotel. La sua band preferita.
-ciao melànie ti volevo salutare- disse lei.
-ciao Je! Perché salutare?- disse lei ignara
-perché domani parto per la Germania - disse lei tutto d’un fiato.
-cosa? Mi dispiace tantissimo- rispose lei.
-anche a me, vabbé dai ci sentiremo per telefono- la rassicurò lei.
-certamente!!!!-rispose lei.
Infondo sapevano entrambe che non si sarebbero mai più riviste.
La reazione più normale l’ebbe Mery.
Flash back.
Jean era al telefono con Mery.
-Mery ti devo dire una cosa- disse la ragazza molto attenta a ciò che stava per dire.
-dimmi- rispose lei serena.
-mercoledì partirò per la Germania, mi trasferirò lì- disse Jean.
-bene! Così ti sposterai dalla tua Inghilterra. Su di noi non avrà nessuna influenza visto che stiamo già lontane, quindi…- disse lei ragionevole e saggia.
-già.- rispose Jean.
Fine flash back.

Ripose tutto nella grande valigia azzurra che era posta sul suo letto.
Si guardò intorno; quella era l’ultima sera che dormiva nella sua camera.
Avete presente quel posto che viene definito casa?
Per lei era quello. La sua stanza, in realtà era casa sua e lasciarla era come lasciare casa.
Si sdraiò sul soffice letto, dopo aver riposto la valigia accanto alla porta, e chiuse gli occhi. Ripensò a tutta la sua vita a Londra. Quante cose che erano successe in quei 17 anni di freddezza pura. Mai un ragazzo, mai delle amiche oltre alle solite 4, come avrebbe fatto?
Il problema non c’era, perché il padre la sera prima le aveva detto che non aveva tempo per le amiche visto che viaggeranno sempre.
Una cosa però poteva farla.
Odiava essere chiamata per nome.
Odiava le persone che volevano a tutti i costi tenerla buona.
In quella nuova casa, e in quella nuova vita
Non avrebbe mai detto il suo nome.
Neanche se le avessero detto
–what’s your name?-


continua...

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Perchè tu sei me.
Grazie di questi meravigliosi sette mesi insieme, amore mio.
Ti voglio bene-
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Perchè io adoro follemente questo ragazzo.

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che billu!!! Zemè devi assolutamente continuare, altrimenti la sottoscritta ti picchia!!!! Daaai continuaaa!!!

 
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view post Posted on 23/12/2008, 22:33Quote
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eccumi zemè...scusa se l'ho continuata solo ora..^^

Capitolo 2
La notte trascorse veloce.
Troppo veloce.
Quando non vuoi il tempo sembra passare in un secondo. Questo succede solo quando non vuoi che quella cosa finisca, poi quando finisce ti manca, la desideri con tutta te stessa.
Desideri che ritorni, per poter riviverlo diversamente da come hai fatto.
Così la mattina arrivò presto, molto presto.
Il sole illuminava debolmente la stanza ormai vuota, non c’era più nessuna traccia di lei, tutti quegli anni passati là che si cancellano in un solo attimo…puo’ accedere? Si a lei è accaduto.
In fondo è come scrivere qualcosa in al mare, scrivendo anche la cosa più bella del mondo, alla fine di esse non resterà che un vago ricordo, perché le onde del mare la porterà via con se e si perderà.
La radiosveglia che era posizionata ancora al suo posto- ma ancora per poco- fece il suo dovere…suonò, ma non una melodia rock, come era solita, ma una melodia, dolce, tranquilla, classica; claire de la lune, di Dubassy.
Jean aprì lentamente gli occhi che la pregavano di restare chiusi, quello sarebbe stato l’ultimo giorno che passavano al coperto, al sicuro, ma lei doveva partire…doveva cercare se stessa.
Così si alzò, ripose la radiosveglia nella valigia e cominciò a prepararsi.
Non aveva ancora pensato alla sua destinazione, ma in fondo cosa importava? Avrebbe girato il mondo, conosciuto nuove persone, e avrebbe scoperto se stessa e qual’era il suo posto.
Amava alla follia Londra, ma non poteva restarci…
Aveva mentito a tutti pur di scappare.
A sua madre.
Alle sue adorate amiche.
Aveva comprato suo padre, l’aveva ricattato.
E tutto per cosa? Per una cosa che non avrebbe raggiunto mai.
Forse.
Sarebbe andata in cima al monte Olimpo pur di dimenticare i suoi problemi, perché questa era la sua specialità…scappare via dai problemi che la coinvolgevano.
Una volta pronta, presa la borsa con tutto ciò che aveva di più caro e si diresse verso la cucina.
Era piena di luce e ordinata, non era mai successo poiché di solito sembrava che fosse passato uno tsunami, invece tutto era al proprio posto. I bicchieri che erano soliti ad essere sulla tavola, in quel momento erano nella credenza sul lavello.
Le scritte che decoravano il frigo, erano scomparse ed erano state sostituite da calamite.
Sospirò.
Doveva ancora non se n’era andata e già avevano cancellato ogni parte di se, il suo essere lei.
Prese un foglio di carta riposto in uno dei tanti cassetti e cominciò a scrivere,con il suo adorato pennarello nero, una lettera per sua madre.
cara mamma,
per me è giusto andare. Trovare la mia strada.
Come tu e papà avete trovato la vostra, coscio devo fare con la mia.
Per me non ha senso stare qua.
Non posso averlo.
Me l’avete proibito,senza quell’unica persona che dava un senso a tutto questo, ormai non c’è l’ha.
Ti chiedo solo di capirmi. Non ti chiedo di perdonarmi, perché lo capirei se non lo facessi.
Ma per me è importante.
Non potrei mai vivere senza rivederlo per l’ultima volta, devo ritrovare me stessa.
E per poterlo fare, devo partire.
Ti chiedo scusa per tutto quello che hai dovuto sorbire in questi 17 anni.
Ti voglio bene.
Jean".


Piegò la lettera e la infilò sotto la porta della camera della madre che intanto dormiva forte, ignara di tutto quello che stava accadendo.
Si avvicinò alla porta e si voltò.
Diede un’ultima occhiata alla sua casa e se ne andò, lasciandosi il passato alla spalle.
S’infilo le cuffie del suo Ipod e cominciò la sua avventura con le note di Nobody’s Home di Avril Lavigne.
Era da sempre la colonna sonora della sua vita.
Sorrise senza divertimento.
Un sorriso sarcastico.
Sorrideva all’idea che la canzone ormai era una realtà.
Ora lei, proprio come nella canzone, non aveva nessuna casa.


continua.

Edited by **//Ice Princess//** - 24/12/2008, 12:45

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Bellittima!! Vai vai continualaaaa!!!!!!

 
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3 replies since 24/11/2008, 16:23
 

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